Per i Romani la morte comportava contaminazione e obbligava i vivi a riti di purificazione ed espiazione. Inoltre lasciare un cadavere privo di sepoltura avrebbe causato negative ripercussioni sul destino dell'anima del defunto.
Fino al I sec. d.C. era usuale cremare i defunti e raccogliere le ceneri entro vasi che venivano murati all'interno delle tombe o interrati nel recinto funerario. Il luogo della sepoltura nella terra era contrassegnato da un segnacolo. Nell'urna si depositava una moneta necessaria al defunto per essere traghettato da Carònte nell'aldilà. Un condotto collegava il terreno con il vaso, così che a questo potessero giungere le libagioni offerte in occasione delle cerimonie funebri.
Dopo il funerale e il seppellimento si svolgevano riti di purificazione e un banchetto presso la tomba. Il lutto durava nove giorni. Al termine si portavano offerte al defunto e seguiva un altro banchetto funebre.
Il periodo per la commemorazione dei defunti era quello dei Parentàlia, che durava dal 13 al 21 febbraio, durante il quale ogni famiglia onorava genitori e altri congiunti. L'ultimo giorno era quello dei Feràlia, destinato a cerimonie pubbliche.
La legge romana prescriveva che i cimiteri sorgessero all'esterno delle mura, dove le tombe si sviluppavano ai lati delle strade che uscivano dalle porte urbiche.
Il ricordo dei defunti passava attraverso una monumentalizzazione degli edifici funebri, in cui si esprimevano la concorrenza reciproca e le differenze di rango.
L'aspetto esteriore delle necropoli era in larga misura determinato dalle tombe delle persone ricche e mediamente benestanti. Queste acquistavano un pezzo di terreno sul quale costruire il monumento funerario, oppure compravano una tomba appartenente ad una serie già eretta da un costruttore.
Esistono numerose iscrizioni che contengono indicazioni specifiche di precauzioni prese per impedire l'alienazione delle tombe. Due delle preoccupazioni maggiori dei proprietari di tombe erano l'appropriazione indebita e l'oltraggio.
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