L’uso dei profumi nel mondo antico in origine aveva un significato diverso da quello attuale: di lontanissima pratica, nasceva soprattutto dall’esigenza di coprire gli odori personali generati da scarsa igiene e aveva anche funzioni terapeutiche. Plinio il Vecchio ne attribuisce l’invenzione ai Persiani. (Fig. 1)

  Fig. 1

Questa duplice funzione fece sì che il profumo assumesse un significato rituale e cultuale comune a tutte le antiche civiltà.
L’uso del profumo come espressione di piacere e seduzione sembra essersi sviluppato a partire dal VII sec. a.C. presso i popoli mediorientali, che usavano come base l’olio di sesamo: secondo Plinio l’unguento reale usato dai notabili persiani era formato da 27 ingredienti mescolati a vino e miele.
I Greci mutuarono le conoscenze del mondo orientale. Il diffusissimo uso di unguenti e profumi è testimoniato difatti dalle pitture vascolari, dai ritrovamenti di contenitori in ceramica e in alabastro. (Fig. 2)

  Fig. 2

Il loro  consumo non solo imponeva una fervente importazione dai Paesi orientali, ma aprì la strada a piccole produzioni artigianali in centri diversi, molto sensibili ai capricci della moda: la loro diffusione fece sì  che se ne diffondessero anche le adulterazioni.
Plinio ricorda tra i profumi in voga nel mondo greco l’olio di rose citato da  Omero nell’Iliade e il profumo  caro al poeta Menandro, il telino, costituito da  olio fresco, cipero, calamo aromatico, meliloto, fieno greco, miele, maro, identificato con l’origano e la maggiorana.
La tradizione vuole che fossero gli Etruschi ad introdurre l’uso dei profumi in Italia: in realtà i centri di importazione dovettero essere diversi e le colonie della Magna Grecia dovettero svolgere un ruolo fondamentale.

  Fig.3

Con il tempo, quella che era una necessità dettata dalle cattive condizioni igieniche divenne ostentazione di lusso, soprattutto presso le donne. La diffusione dei profumi nel mondo romano crebbe, infatti, con le fortune stesse dell’Impero e divenne così smodata da essere duramente contrastata, ufficialmente per motivi morali, in realtà per evitare importazioni di spezie dai Paesi orientali. Plauto racconta che c’erano schiavi specializzati nella produzione di profumi e proprio per ragioni economiche, anche se travestite da ragioni morali, nel II a. C. si vietò l’importazione di profumi esotici nella città di Roma.

  Fig. 4

Considerati un bene inutilmente lussuoso perché non durevoli, profumi e unguenti erano utilizzati non solo nella cura personale del corpo, ma anche nelle terme e nei ginnasi e, più estesamente, anche in diversi altri ambiti nella vita pubblica: Plinio, ad esempio, narra di petali di rosa che venivano fatti piovere dall’alto nei banchetti o di acqua profumata con essenza di rosa, che veniva utilizzata per bagnare i velari durante le rappresentazioni teatrali.
Talvolta, a seconda delle essenze usate, essi acquisivano anche un uso terapeutico che anticipava la moderna “aromatoterapia”. Nel mondo antico i confini tra farmaci e profumi è piuttosto labile. A renderlo tale contribuiscono le affinità nei metodi di preparazione e l’uso di essenze per entrambe le preparazioni.

  Fig. 5

La diffusione del vetro aiutò la capillare diffusione, territoriale e sociale, di unguenti e di profumi nell’Impero: la produzione “industriale” di balsamari e di unguentari ne contribuì ad abbassare i costi di produzione.
La differenza nelle materie prime usate e la preziosità del contenitore divennero allora i segni distintivi di un profumo più ricercato rispetto ad un altro.
Pompei, ad esempio,  seppur celebrata per l’ amenità del paesaggio circostante e per la bontà dei  suoi vini, rimaneva una piccola città di provincia, in cui, però, non solo la conoscenza e lo sviluppo dell’arte aromatica, così come emerge dalle numerosissime testimonianze archeologiche, era notevole, ma anche l’attività commerciale legata alla produzione  di unguenti e di profumi fu particolarmente intensa e costituì occasione di scambio anche con paesi lontani.

  Fig. 6

Già a partire dal 1750, quando furono iniziati gli scavi, furono reperite numerosissime testimonianze circa l’uso e la fabbricazione dei profumi nell’antica città vesuviana, quali unguentari e balsamari e alcuni cicli pittorici, che illustrano le diverse fasi di preparazione.
Solamente, però, con le più moderne tecniche di scavo, e con l’ ausilio di avanzati metodi di indagine, si sono potuto acquisire informazioni più puntuali sui componenti e sulle effettive tecniche di produzione, verificando così anche quanto descritto dagli autori classici.
Qualche anno fa, lo studio di un giardino situato  nei pressi dell’anfiteatro, noto proprio per la sua peculiarità come “giardino del profumiere”, rivelò la presenza di pollini di alcune essenze odorose (giglio, mirto, viola, rosa) e di cavità lasciate dalle radici di alcuni alberi di olivo. Il loro ritrovamento, insieme ad alcune iscrizioni e ad altri reperti, hanno permesso di ipotizzare l’esistenza di una produzione artigianale di profumi che utilizzava come base l’olio di oliva, diversamente da quello moderno, in base alcolica.

  Fig. 7

Teofrasto descrisse diffusamente la preparazione dei profumi, distinguendo tra diversi prodotti, illustrando le tecniche di preparazione e i metodi di conservazione per contrastare la labilità del prodotto.
Più tardi Plinio riprendeva gli stessi concetti  e classificava i preparati come hedysmata, stymmata e, diaspamata, meglio conosciuti come oli, unguenti e balsami.
Gli hedysimata, o olii, erano preparati con diversi tipi di oli vegetali: erano considerati degli addolcenti utili  soprattutto a lenire i disturbi della pelle, ma potevano contenere anche essenze medicinali diverse, utili a curare, a seconda del principio attivo, anche altri disturbi, come contusioni, mal di testa e così via.
Gli stimmata, astringenti, erano quelli che più specificamente si avvicinano al nostro concetto di profumi.
I diapasmata erano costituti da polveri usate sia come profumi che come linimenti.
Le essenze odorose venivano sia dal mondo vegetale che da quello animale, ma Plinio per questi ultimi sembra citare solo la pantera.
La parte liquida, o “succo”, per usare la terminologia pliniana, raramente era costituita da grasso animale: più comune era l’uso dell’onfacio, olio ottenuto dalla spremitura a freddo delle olive ancora verdi, meno frequente quello dell’agresto, ottenuto dalla spremitura dell’uva ancora immatura, più raro quello dell’olio di mandorle. Il loro uso era dettato non solo dalla elevata capacità di fissare gli aromi, ma anche dalle caratteristiche organolettiche, che si sommavano a quelle dell’essenza, caratterizzando il prodotto finale.
Le essenze odorose, provenienti in massima parte dal mondo vegetale, erano messe a macerare nel mezzo oleoso insieme a stabilizzanti costituiti da resine o da spezie esotiche.
Erano costituite da cortecce, foglie, radici, semi, che a seconda delle specie, venivano raccolte nel momento di massimo sviluppo del principio attivo (infioraggio), di solito secondo rituali che si svolgevano al mattino o al crepuscolo.
Pulite, pestate e/o sminuzzate, venivano poi racchiuse in sacchi di canapa a trama larga e messe a macerare nella base oleosa a temperatura ambiente: quest’ ultima poteva  anche essere scaldata a bagnomaria per rendere più efficace l’assorbimento del principio attivo.
Terminata la fase di macerazione i sacchi venivano pressati con un apposito torchio: il liquido veniva raccolto, filtrato e conservato in recipienti di piombo, di alabastro (Fig. 3) o di “pietra lignina” per favorirne la conservazione. Unguenti e profumi, infatti, si deterioravano facilmente con il calore estivo, soprattutto se erano ottenuti per semplice macerazione delle parti vegetali in olio, senza l’ausilio di stabilizzanti.
L’uso di contenitori in vetro sembra quindi essere riservato esclusivamente al momento della vendita, perchè, pur essendo impermeabili, all’aria e non trasmettendo cattivi odori, erano troppo trasparenti per cui favorivano l’azione destabilizzante della luce. Per evitare ciò probabilmente erano a loro volta conservati in contenitori di metallo: ciò sembrerebbe confermato dalla presenza di malachite e azzurrite, prodotti di alterazione del bronzo, sulla parete  esterna di un unguentario trovato a Pompei.
Le diverse fasi del processo di preparazione dei profumi sono mirabilmente documentate nel raffinato affresco parietale della Casa dei Vetti a Pompei (Fig. 4): in esso sono raffigurate le attività che si svolgono all’interno di una officina per la produzione e la vendita dei profumi.
La scena rappresenta il lavoro dei profumieri, impersonati da Amorini (Fig. 5), nelle diverse fasi dalla preparazione dei profumi, dalla macerazione delle essenze fino alla vendita al pubblico del prodotto finale, e , soprattutto, gli strumenti utilizzati.
Sulla destra si scorge uno speciale torchio per la preparazione degli oli accanto ad alcuni vasi maceratori. Al centro c’è il banco con il ricettario, la bilancia per le dosi ed un armadietto contenente ampolline, in cui riconosciamo le stesse forme dei reperti vitrei rinvenuti nelle antiche città vesuviane. Sulla sinistra una eterea fanciulla seduta su uno scanno ricoperto da un cuscino rosso porpora, saggia l’essenza sul dorso della propria mano, secondo quanto suggerito dallo stesso Plinio: se ne verifica la qualità ponendoli sul dorso della mano, per evitare che il calore della palma li alteri.
Solo recentemente è invalso l’uso di non svuotare i contenitori ritrovati offrendo l’occasione di acquisire informazioni sul rapporto tra forme e contenuti
Sono stati esaminati circa 1200 balsamari e unguentari in vetro provenienti da Pompei  di cui solo 150 conservavano residui, nonché 16 unguentari provenienti dalla cosiddetta Villa Imperiale di Oplontis. (Fig. 6)
Le sostanziali differenze che vi sono tra i ritrovamenti di Pompei, e quelli di Oplonti, riguardano la preziosità di materie prime della villa suburbana, quali ad esempio l’olio essenziale di Pogostemon cablin, noto come patchouli, importato dall’India, e del limone, all’epoca ritenuto un frutto esotico. (Fig. 7)
Proprio a Oplonti fu rinvenuto un piccolo beuty-case contenente tutti gli armamentari per il trucco, comprese delle piccole lastrine di vetro su cui venivano stemperati gli ingredienti.
A conferma dei ritrovamenti Plinio afferma che il profumo più comune in uso al suo tempo, era costituito da  olio di mirto, da calamo aromatico, cipresso, henna, lentisco e scorza di melograno.
Quello più costoso era il profumo di cinamomo contenente solo spezie esotiche dai  prezzi elevatissimi, quali l’olio di balano, lo xilobalsamo,  il calamo aromatico, i semi di giunco profumato, la mirra e il miele profumato.
A proposito di unguenti e profumi  sempre Plinio, infine, mette anche in guardia dalle frequenti frodi e adulterazioni, che riguardavano soprattutto i balsami importati dall’Oriente: tra le più comuni vi era l’abitudine di alcuni profumieri che spruzzavano gli ingredienti più preziosi sugli altri già fatti bollire, risparmiando così sulle spese.






 
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