Storia degli scavi



La Tabula Peutingeriana, stradario dell'Impero romano del IV sec. D.C., colloca Stabiae a nord del fiume Sarno, ciò nonostante nel XVI e XVII sec. essa viene confusa con Pompei (Civita).
Nel XVIII sec., l'importanza archeologica di Stabiae comincia ad evidenziarsi grazie al Milante, vescovo tra il 1689 ed il 1749, ma è il re Carlo III, che aveva promosso l'attività di scavo già ad Ercolano (1738) e a Pompei (1748) a disporre, nel 1749, l'inizio dello scavo a Varano.
Lo scavo, seguito dall'ingegnere spagnolo Alcubierre e dall'ingegnere svizzero Carl Weber iniziò dalla villa San Marco (1749-1754) quindi interessò la villa "del pastore" (1754) e la villa di Arianna con il complesso adiacente (1757-1762).
Dopo un'interruzione di circa tredici anni lo scavo riprese nel 1775 interessando la zona di villa Arianna e l'area di alcune ville rustiche del territorio dell'ager.
Nel 1782 l'impresa stabiana fu definitivamente interrotta, ed il lavoro svolto dagli scavatori borbonici venne pubblicato nel 1881 da M. Ruggiero, il quale raccolse e riordinò tutta la documentazione esistente, consistente in diari di scavo, planimetrie, lettere di resoconti.
Dopo gli scavi borbonici, il territorio stabiano fu interessato solo da una serie di rinvenimenti sporadici, infatti una ripresa sistematica dello scavo avvenne solo nel 1950 grazie allo spirito pionieristico del preside D'Orsi. Questi, con pochi operai, iniziò lo scavo di Villa Arianna quindi portò alla luce parte della villa San Marco dimostrando la grandezza dei tesori nascosti nelle campagne stabiesi. Lo scavo proseguì in maniera sistematica fino al 1962, quando fu definitivamente interrotto; gli affreschi e le decorazioni distaccate confluirono nei locali interrati della scuola media Stabiae, costituendo il nucleo dell'Antiquarium Stabiano.

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