Ma non solo: un incontro fortunato, in occasione della presentazione del 2025, con Giulia D’Angelo, archeologa di origine marchigiana e co-autrice di questo contributo, ci ha condotti alla vera origine del mosaico: proviene da Rocca di Morro, frazione del Comune di Folignano (AP) nelle Marche, dove è attestato già alla fine del Settecento. Doveva far parte dell’arredo di una villa romana da quelle parti.
Nelle more di valutare, insieme alla comunità e agli enti locali del territorio di provenienza, future iniziative di valorizzazione (per esempio tramite una mostra), sottoponiamo i risultati delle nostre ricerche al pubblico, con la soddisfazione che grazie al lavoro interdisciplinare di Carabinieri, funzionari del Ministero della Cultura, archeologi e archeologhe nonché ricercatori e ricercatrici specializzati nell’archeometria, si è riusciti a ricostruire una vicenda travagliata con un lieto fine. GZ

Mosaici di produzione laziale tra Campania e Marche. Il caso di un emblema con scena erotica recuperato in Germania e consegnato al Parco archeologico di Pompei
Nel mese di luglio 2025, è stato presentato a Pompei un mosaico con scena erotica che, stando alla ricostruzione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri, era stato trafugato da un capitano della Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale. Il capitano che lo portò in Germania potrebbe esserne venuto in possesso durante la sua attività come addetto alla catena dei rifornimenti militari in Italia nel 1943/44. Lo donò a un amico, un cittadino tedesco, i cui eredi hanno deciso di restituirlo allo Stato italiano.
In mancanza di dati sulla provenienza del mosaico, il Ministero della Cultura aveva deciso di assegnarlo al Parco archeologico di Pompei,
considerando che mosaici simili per tecnica e stile sono noti dall’area vesuviana. Una ricerca approfondita avviata dal Parco archeologico ha però portato a un risultato inatteso: il mosaico non c’entra nulla con Pompei.
Le analisi archeometriche eseguite in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università del Sannio suggeriscono che si tratti di una produzione laziale che veniva commercializzata a livello sovraregionale.