Fuori contesto rispetto ai famosi equidi della stalla poco distante, sono stati rinvenuti i resti di due grandi erbivori che hanno necessariamente richiesto una indagine microstratigrafica e per niente banale, dove le competenze degli “specialisti per l’archeologia” hanno necessariamente dovuto compenetrarsi con quella degli archeologi da campo. La significativa assenza del deposito stratigrafico è stata in larga misura compensata dall’attenzione ai micro-dettagli.
Infatti, oltre alla presenza in scavo dell’archeozoologo per lo scavo dei due scheletri, è stata necessaria quella dell’archeobotanico deputato al recupero e alla caratterizzazione dei resti lignei in connessione con essi, e l’apporto dell’antropologo per un consulto tafonomico-forense.
La bellezza di Pompei è anche questa: non solo i grandi scavi, ma anche semplici “ripuliture” di ambienti portano nuove prospettive, capaci di trasformare quello che si credeva già noto in un laboratorio a cielo aperto.
Non un laboratorio “settorializzato”, ma un luogo in cui ogni materia fornisce elementi indispensabili all’altra. Ricerca condivisa, multisfaccettata, in un certo senso generosa nel fornire agli altri specialisti i propri punti di vista al fine di una comprensione globale di ciò che si rinviene. Pompei è l’icona della ricerca archeologica: la ricerca pioneristica, quella elegante e colta del Gran Tour, quella votata al preservare un heritage unico, quella più avanzata e tecnologica. In questi tempi sta diventando il campo della ricerca condivisa - e non di quella che occupa un solo angolo di osservazione, per quanto privilegiato. Ri-scavare Pompei non si limita ad affinare e creare metodologia: presuppone ineluttabilmente il confronto con la vita - e la morte - antiche. Non bastano tutti gli anni di separazione dalla catastrofe a ridurre al silenzio gli ultimi attimi delle vittime dell’eruzione. L’empatia per una fine prematura non si limita alle vittime umane, ma può - anche - riflettersi nella fine subitanea di due animali terrorizzati, e nell’immagine di mani amorevoli che, un poco prima della fine, se ne erano presi cura con gesti familiari.
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