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Le vittime animali: lo scavo di due equini dal panificio dell’Insula dei Casti Amanti

Ri-scavare Pompei è sempre un atto foriero di nuove informazioni (Amoretti et al.2023). Non fa eccezione la ripresa degli scavi presso l’insula dei Casti Amanti, che è stata oggetto di numerosi aggiornamenti relativamente a nuove aree oggetto di scavo (Zuchtriegel et al. 2024; Ghedini et al. 2024; Bravaccio et al. 2024; Calvanese et al. 2024). Il contributo odierno riguarda però un’area già soggetta a indagini durante le campagne datate fra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 del secolo scorso (Varone, Santopuoli 2007). In un angolo preciso della stanza adiacente al famoso forno del panificio di Casti Amanti era presente un cumulo risparmiato dalle indagini precedenti, che si è ben presto rivelato complesso quanto emozionante da ri-scavare.

Fuori contesto rispetto ai famosi equidi della stalla poco distante, sono stati rinvenuti i resti di due grandi erbivori che hanno necessariamente richiesto una indagine microstratigrafica e per niente banale, dove le competenze degli “specialisti per l’archeologia” hanno necessariamente dovuto compenetrarsi con quella degli archeologi da campo. La significativa assenza del deposito stratigrafico è stata in larga misura compensata dall’attenzione ai micro-dettagli.
Infatti, oltre alla presenza in scavo dell’archeozoologo per lo scavo dei due scheletri, è stata necessaria quella dell’archeobotanico deputato al recupero e alla caratterizzazione dei resti lignei in connessione con essi, e l’apporto dell’antropologo per un consulto tafonomico-forense.
La bellezza di Pompei è anche questa: non solo i grandi scavi, ma anche semplici “ripuliture” di ambienti portano nuove prospettive, capaci di trasformare quello che si credeva già noto in un laboratorio a cielo aperto.
Non un laboratorio “settorializzato”, ma un luogo in cui ogni materia fornisce elementi indispensabili all’altra. Ricerca condivisa, multisfaccettata, in un certo senso generosa nel fornire agli altri specialisti i propri punti di vista al fine di una comprensione globale di ciò che si rinviene. Pompei è l’icona della ricerca archeologica: la ricerca pioneristica, quella elegante e colta del Gran Tour, quella votata al preservare un heritage unico, quella più avanzata e tecnologica. In questi tempi sta diventando il campo della ricerca condivisa - e non di quella che occupa un solo angolo di osservazione, per quanto privilegiato. Ri-scavare Pompei non si limita ad affinare e creare metodologia: presuppone ineluttabilmente il confronto con la vita - e la morte - antiche. Non bastano tutti gli anni di separazione dalla catastrofe a ridurre al silenzio gli ultimi attimi delle vittime dell’eruzione. L’empatia per una fine prematura non si limita alle vittime umane, ma può - anche - riflettersi nella fine subitanea di due animali terrorizzati, e nell’immagine di mani amorevoli che, un poco prima della fine, se ne erano presi cura con gesti familiari.

 

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